L’IMPERO DEL MALE A STELLE E STRISCE …E TUTTI GLI ALTRI PICCOLI O GRANDI COLONIALISMI DEL MALE

L’IMPERO DEL MALE A STELLE E STRISCE

Con la cosiddetta “scoperta” dell’America (1492) è iniziato il genocidio delle popolazioni native presenti sul continente da migliaia di anni. Nell’America del Nord la guerra di indipendenza contro la corona britannica a opera delle 13 colonie insediatesi sulla costa Atlantica ha segnato, nel 1783, la nascita degli Stati Uniti. Dietro le retoriche repubblicane e democratiche della nuova Nazione vi fu l’azione dei grandi proprietari terrieri, discendenti dei coloni europei anglosassoni ben intenzionati a espandere i loro domìni verso ovest. Prime vittime di questo nuovo Stato furono gli indiani Irochesi colpevoli dell’alleanza con gli inglesi poiché da loro ritenuti, non a torto, bianchi meno invasivi.

Durante l’Ottocento la conquista del West fino alle coste del Pa­cifico segnò il massacro di tutte le tribù indigene perché ribelli, non sottomesse o semplicemente eccedenti. Gli USA acquistarono l‘Alaska dallo zar di Russia, la Louisiana dalla Francia di Napoleone e la Florida dalla Spagna. In seguito buona parte del Messico, dalla California al Texas, fu annesso dopo una guerra che stabilì i nuovi confini sulle rive del Rio Grande.

Non mancò una sanguinosa guerra civile con gli Stati industriali del Nord che sconfissero gli Stati latifondisti del Sud, ufficialmente per abolire la schiavitù agraria, affermando in pratica i valori del profitto capitalista a condizione di servitù volontaria per l’intera popolazione. Nella guerra contro la Spagna nel 1898 gli USA ottennero i primi possedi­menti coloniali: Cuba, Portorico e Filippine.

Per la cronaca: il presidente McKinley, grande mito di Trump per il suo interventismo guerrafondaio morì nel 1901 a seguìto dei colpi di pistola di un anarchico di origini polacche.

La grande potenza economica, e quindi militare, degli Stati Uniti si è consolidata nei secoli con il lavoro di schiavi rapiti in Africa fin dai primi anni del ‘6OO e con lo sfruttamento disumano di proletari e diseredati pro­venienti da tutta Europa in continui flussi migratori per sfuggire a fame e miseria. Uno sviluppo industriale e una economia finalizzata all’azione bellica in una logica imperiale, cercando di allargare sempre più il proprio ”cortile di casa” al resto del mondo. La guerra come costante per gli inte­ressi degli oligarchi americani e linfa vitale per il potere del dollaro. Con la follia di due devastanti Guerre Mondiali gli Stati Uniti si insediarono in pianta stabile nell’Europa occidentale, certo liberandoci dal nazi­fascismo dopo aver bombardato le nostre città provocando migliaia di vittime civili. Con Hiroshima e Nagasaki, a un Giappone ormai sconfitto militarmente non toccò sorte migliore.

Dopo il 1945 con la guerra fredda in antagonismo all’URSS e nei decenni successivi, le guerre americane e l’appoggio attivo ai regimi più autoritari insanguinarono quasi tutti i continenti, anche dopo la caduta dell’impero sovietico. Se Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan sono stati teatri di guerra del passato, l’espansione della NATO verso la Russia ha innescato il conflitto armato in Ucraina mentre ai giorni nostri l’aggressione contro l’Iran resta una pericolosa incognita, non solo energetica.

Discorso a parte meriterebbe Israele che, senza l’appoggio USA, non avrebbe potuto destabilizzare il Medio Oriente perseverando nella pulizia etnica dei palestinesi che, vivendo in Palestina, sono un ostacolo al colonialismo di insediamento israeliano. Del resto tra suprematisti ci si intende, condividendo la stessa cultura del genocidio.

Per concludere due parole su Trump, che non va considerato un’anomalia
bensì un distillato dei valori dell’attuale classe dominante statunitense. L’impero colpisce come sempre, ha solo tolto la maschera nell’operare cri­mini contro l’umanità alla luce del sole.

…E TUTTI GLI ALTRI PICCOLI O GRANDI COLONIALISMI DEL MALE

Se ci viene più immediato il rifiuto dell’imperialismo Usa e occidentale, il fronte a noi più vicino, quello contro cui anche fisicamente possiamo incidere, ci è molto chiaro che non ci sono altri fronti amici, altri Stati buoni perché in opposizione, o meglio contrapposizione, all’imperialismo di “casa nostra”.

La Cina, da tanti ancora osannata come faro dell’anti-imperialismo, affianca, e a volte sostituisce, i colonialisti occidentali nel continente africano, si espande economicamente in tutto il globo, insieme al Giappone è tra i primi creditori del debito pubblico degli USA, e, soprattutto, è all’avanguardia per aspetti di digitalizzazione e controllo: basti pensare al modello del credito sociale per il quale a ogni abitante viene dato un punteggio, e risultati bassi impediscono l’accesso ai servizi essenziali; si tratta di un modello di omologazione a regole imposte, che incentiva la delazione e il conformismo.

La Russia, che vorrebbe tornare agli antichi fasti dell’epoca zarista o stalinista, con la sua atroce repressione del dissenso necessaria a mantenere il potere autocratico e a sostenere la guerra esterna, manda a morire al fronte migliaia di persone, come fa l’Ucraina, sostenuta dall’Occidente. L’unica risposta possibile arriva dalle migliaia di disertori su ogni fronte, che si rifiutano di morire per la patria e di uccidere fratelli, parenti, sfruttati del fronte opposto.

Gli Stati arabi, a parole a fianco della causa Palestinese, con le loro politiche commerciali e militari, manifestano il loro obiettivo di mantenere collaborazioni economiche e politiche con Israele e l’Occidente, e di proteggere interessi nel continente africano.

L’anti-imperialismo non è affare di Stati. Dovremo forse cercarlo nelle tante resistenze delle popolazioni contro le rispettive nazioni e governi: mentre noi lottiamo, qui dove viviamo, contro le guerre degli Stati, quella esterna guerreggiata e quella interna fatta di repressione, confidiamo che in altri luoghi del mondo ci sia la stessa volontà e lotta.

Resistenza e solidarietà tra gli oppressi, senza divisione di fronti, contro Stati e contro il potere, a qualsiasi latitudine, ecco il vero anti-imperialismo.

GUERRA E REPRESSIONE

In tutto il mondo la guerra infuria: procede senza tregua il genocidio in Palestina così come il conflitto Nato/Ucraina e Federazione Russia, dove non si contano i giovani diventati carne da cannone su entrambi i fronti, ma soprattutto non si raccontano le tante diserzioni e insurrezioni in entrambi i paesi.

Le rivolte in Iran vengono soffocate nel sangue e in America, mentre il Presidente promette di difendere i manifestanti iraniani minacciando possibili attacchi per esportare un po’ di democrazia dopo il Venezuela, i mercenari dell’ICE uccidono a sangue freddo una donna che si oppone ai loro rastrellamenti.

Tutti questi casi mostrano il volto violento e diretto della repressione. Sul fronte interno di molti paesi è invece la magistratura che si occupa di mettere alle strette chi cerca di lottare contro il mondo della guerra.

In Inghilterra, i tre Prisoners for Palestine a rischio vita dopo un lunghissimo e determinato sciopero della fame, lo hanno da poco interrotto dopo aver avuto la notizia della caduta dell’accordo da 2 miliardi di sterline con Elbit, colosso sionista delle armi.

Hanno dimostrato che la lotta non si ferma nemmeno con la carcerazione, che c’è chi è disposto a giocarsi fino all’ultimo respiro per lottare anche se imprigionato.

Se la magistratura italiana può arrestare per terrorismo e finanziamento ad Hamas persone che hanno fatto parte del grande movimento per la lotta a fianco del popolo palestinese, se può condannare Anan Yaeesh a 5 anni e sei mesi di carcere per aver lottato nella sua terra per la liberazione, entrambe indagini basate su informazioni e dati forniti dallo stato sionista occupante, se può tenere in carcere Ahmed per dei post sui social media, se può comminare in tutta Italia chiusure di indagini e avvio di processi per chi ha partecipato a questo periodo di manifestazioni, noi possiamo fare la nostra parte.

Non lasciarci piegare e rispondere in modo compatto, evitando di cadere nel loro tranello che divide i manifestanti in buoni e cattivi, o di credere nella buona fede della magistratura, dei processi e delle istituzioni democratiche.

Ma unirci dal basso, dare sostegno a chi è indagato e sopratutto a chi è incarcerato. I nuovi decreti sicurezza, quello già approvato e quello appena abbozzato, sempre più stringenti e mirati, formalizzano e ampliano procedure create in passato contro precise aree politiche, e le estendono potenzialmente a tutti coloro che non stanno al loro posto.

Arresti e indagini per terrorismo ce ne sono sempre state, ricordiamo i tanti e tante compagne e compagni indagati o condannati, e in particolare Alfredo Cospito, da 4 anni rinchiuso in quella tomba per vivi che è il 41 bis, per il quale a maggio si deciderà per il rinnovo o meno di questa tortura legale.

Ora che la platea dei possibili sovversivi si amplia, la maschera di accettabilità democratica mostra forse qualche crepa in più. La Palestina in questi 80 anni ci ha mostrato come lottare per la propria libertà insieme, senza arrendersi mai, anche quando tutto è in fiamme e il dolore è così tanto da non poterlo nemmeno immaginare.

Solidarietà ai detenuti e alle detenute nelle carceri israeliane

Solidarietà ai detenuti e alle detenute politiche nel mondo

Solidarietà alla resistenza palestinese e ai ribelli in tutto il mondo

Guerra alla guerra! Al fianco dei disertori di ogni fronte!

MILANO – CORTINA CONTINUA LA RAPINA

Ormai a Olimpiadi in corso la controinformazione critica, in merito allo scempio provocato dall’evento speculativo/sportivo è stata messa in campo da tempo, cadendo troppo spesso nel vuoto.

Purtroppo dal 2019 a oggi in Valtellina non si è creato un movimento di contestazione per una seria difesa dei nostri territori dalla cricca Sala (Sindaco di Milano), Fontana e Zaia (presidenti leghisti di Lombardia e Veneto). Centrosinistra e centrodestra uniti nel promuovere l’evento olimpico con la promessa iniziale di non utilizzare un euro di fondi pubblici e, parlando in malafede con lingua biforcuta, di Olimpiadi sostenibili interamente finanziate da capitali privati.

Tra indifferenza e qualche malumore gli abitanti della nostra Valle restano come sempre passivi sudditi poco disposti a opporsi alle pratiche coloniali energetiche e turistiche calate dall’alto. Non che Cortina e Milano abbiano eccelso nelle contestazioni anti-olimpiche. L’abbattimento di centinaia di larici secolari per costruire una assurda pista da bob a Cortina e gli innumerevoli sfratti a Porta Romana per dar spazio al villaggio olimpico a Milano, restano a dimostrazione di quante speculazioni siano prioritarie alla faccia dell’ambiente e del bene comune. Unica nota positiva in Valtellina la contestazione alla tangenzialina nella piana dell’Alute a Bormio. Progetto abbandonato per le forti contestazioni e momentaneamente confinato in qualche cassetto istituzionale in attesa di tempi migliori per realizzarlo in un futuro non troppo lontano.

Vedremo, a evento concluso, il reale bilancio non solo economico di quanto resterà sui territori lombardo-veneti violentati da asfalto, cemento, impianti di risalita e cantieri infiniti. Valuteremo i danni di una viabilità stradale e ferroviaria già ingolfata in periodi ordinari, gli effetti negativi della didattica a distanza per gli studenti, il caos e i limiti delle linee rosse contro la libera circolazione verso l’Alta Valle. Senza per questo dimenticare gli sprechi di energia e acqua pubblica per alimentare i cannoni sparaneve sponsorizzati Eni, gigante del colonialismo energivoro in mezzo mondo, che garantisce la sostenibilità dei giochi. E neppure il ruolo di Leonardo Spa, main partner per la sicurezza dell’evento, che con le tecnologie di guerra testate in mezzo mondo, anche sui palestinesi, garantirà il pacifico svolgimento dei giochi. Così “lo Spirito Italiano vibrante e dinamico” del libero mercato potrà apertamente favorire i guadagni privati, con la tranquillità garantita dal soccorso di denari pubblici (7 miliardi di euro) a copertura del deficit.

Costruttori, imprenditori, politici e ruffiani vari l’oro olimpico lo hanno già in tasca, perché l’importante non è vincere ma partecipare agli affari.

Di conseguenza l’oro olimpico per ogni atleta ci costerà 35 milioni di euro.

 

*Numero Speciale*

Il numero 19, dell’inverno 2026 è “speciale”, un numero doppio per dedicare spazio alla critica del mega-evento-devastazione che sono le Olimpiadi Milano – Cordina – (Valtellina) 2026, oltre che al clima di repressione che sta colpendo movimenti e compagni, in Italia e non solo.

Speriamo sia cosa gradita.
Nota bene: questo numero è impaginato diversamente, in modo da facilitare la lettura on line e su dispositivi. Ma noi preferiamo il cartaceo: per stamparlo e diffonderlo, si può lanciare stampa come “opuscolo” impaginando su A4 orizzontale con ribaltamento lato corto.

Buona lettura e condivisione.

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RIVOLTE D’OTTOBRE

Dagli U.s.a. all’Indonesia, dall’Ecuador all’Europa: quello di cui i media ci parlano poco e male. Dalla rivolta contro ricche oligarchie (Indonesia), all’indignazione per la violenza e le bombe sui palestinesi (Europa), dalla rabbia contro il razzismo istituzionale (U.sa.), alla lotta contro la devastazione ambientale neoliberista (i nativi in Ecuador). Motivi diversi, fiumi di persone nelle piazze, rivolte popolari. Le proteste, pur variegate, restano orgogliosamente indipendenti e senza capi.

 

Protagonisti sono i giovani e giovanissimi. Altre proteste antigovernative sono in corso in Nepal, in Marocco, in Madagascar, India e Perù. Capita in alcuni casi che gli oppressori vengano tirati giù dal piedistallo e diventino un po’meno distanti. In altri casi le manifestazioni puntano a “bloccare” l’ingranaggio che muove oppressione e violenza istituzionale.

 

Gli esiti finali non sono scontati ma in queste prese di coscienza nelle nuove generazioni è evidente un fermento da non sottovalutare, la disponibilità azzardata a mettere in discussione quello che per troppo tempo, per ignavia, abitudine o senso di impotenza, è stato lasciato intoccato.

 

ORA E SEMPRE RESISTENZA CONTRO GUERRE E GENOCIDI

Una guerra, o l’eliminazione fisica di una popolazione, non la si improvvisa così dall’oggi al domani. Motivazioni ideologiche, religiose, politiche, etniche e pure economiche giustificano massacri o sistematici genocidi contro quella parte di umanità eccedente che ostacola i piani espansionistici di ogni apparato di potere. E’ la struttura organizzata, di tutti gli Stati, fatta di esercito, forze di polizia, industrie belliche, logistica, propaganda mediatica, nazionalista e altro ancora, a orchestrare la marcia funebre per intere popolazioni.

In fatto di guerre e genocidi gli Stati Uniti hanno fatto scuola al resto del mondo. Rubando nel corso dei secoli i territori dei popoli nativi dopo averli criminalizzati (terroristi Apache e Sioux), massacrati e deportati in apposite riserve che ricordano molto i campi profughi. Agli inizi del Novecento lo Stato turco ha ben imparato la lezione con la pulizia etnica del popolo armeno per poi utilizzare identiche pratiche, anni dopo, con i curdi, incontrando però una fortissima resistenza popolare basata sulla lotta per la propria autodeterminazione e su un nuovo modello di società. L’Olocausto degli ebrei si è invece realizzato in tutta Europa con la complicità di troppi collaborazionisti dei regimi nazi-fascisti.

Ma parliamo oggi del Ruanda, del Congo, del Sudan. Scontri e rivolte interne alimentati e supportati dalle potenze coloniali di ieri e dalle moderne multinazionali per saccheggiare risorse minerarie strategiche, provocando milioni di morti e di profughi nell’indifferenza generale.

Nel caso di Gaza e della Cisgiordania, occupata militarmente dal 1967, i massacratori israeliani di turno, siano essi soldati o coloni, non si sono limitati alla violenza contro le popolazioni. Continuano a distruggere coltivazioni, scuole, abitazioni, agrumeti, pascoli, uliveti, inquinando sorgenti e uccidendo animali domestici e selvatici. Non amano le terre di Palestina, le vorrebbero solo possedere. Con le stesse dinamiche colonialiste di chi pratica una violenza carnale pianificata nel dominare territori e nel devastarli per le solite logiche speculative del profitto.

VELENI E IPOCRISIE DI STATO

Due popoli nessuno Stato sarebbe la soluzione ideale per la Palestina. Un territorio gestito orizzontalmente soltanto a livello amministrativo senza, per l’appunto, la piramide dello Stato con le sue forze armate e il suo apparato burocratico. Una splendida utopia oggi assai lontana dalla realtà dei fatti.

Riconoscere o meno lo Stato di Palestina o condannare solo a parole il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania significa nell’immediato non voler andare alla radice del problema. Solo atti concreti come le mobilitazioni spontanee e selvagge, i blocchi in tutto il paese, potranno portare alla sospensione degli accordi militari, commerciali, sportivi con lo Stato genocida di Israele. Tutto il resto è ipocrisia di Stato a partire dalle retoriche politiche e sindacali di chi, all’ultimo momento, vuole con un colpo di spugna cancellare le proprie connivenze e dirottare la lotta per la Palestina, togliendo voce alle vere istanze del popolo palestinese. Ipocrisia di una Unione Europea impegnata ad alimentare la propaganda di guerra contro la Russia, per sostenere i propri piani di riarmo in un nuovo scenario di guerra globale, e per sostenere i piani neo-coloniali di Trump e Blair per controllare in modo definitivo le terre di Palestina. Ipocrisia di Stati a cui non interessa fermare il genocidio a Gaza e le continue aggressioni militari israeliane nel resto del Medio Oriente, Mediterraneo compreso. Per questo sappiamo che è solo dal basso che tutto questo si può fermare, dai popoli in rivolta in Europa come in tutto il mondo!

VALTELLINA RADIOATTIVA

VALTELLINA RADIOATTIVALa domanda di energia aumenta a dismisura in tutto il Paese: i crescenti consumi sono dovuti alla progressiva digitalizzazione delle nostre vite attraverso app, intelligenza artificiale e smartphone. Per far funzionare questo mondo digitale servono le infrastrutture: fibra, rete 5 g ed enormi data-center: in Lombardia uno dei più grandi è in costruzione a Melegnano. Per alimentare questa “macchina del digitale” non bastano certo le false soluzioni green altamente impattanti di fotovoltaico ed eolico. Senza rimpiazzare petrolio e gas si sta concretizzando anche il ritorno al nucleare

Noi non dimentichiamo le emissioni, gli incidenti delle centrali, le bombe atomiche, le scorie radioattive, tutto quellaffare, anche militare, che gira attorno all’economia nucleare! E’ però importante sottolineare anche gli impatti diretti sulle popolazioni che vivono attorno alle cave di uranio e le conseguenze sulla salute e sull’ambiente.

La sola soluzione ai problemi del nucleare è evitarli in anticipo, bloccandoli! Diverse esperienze, come quelle delle lotte dei nativi dall’Alaska alle Ande, ci hanno insegnato che progetti estrattivi, cave e miniere, una volta in funzione, sono molto più difficili da fermare. Per questo forse in Valtellina possiamo giocare d’anticipo!

Cosa c’entra la Valtellina col nucleare? L’azienda CANOEL ITALIA SPA “prestanome” della multinazionale canadese ZENITH ENERGY, vuole riaprire la cava di uranio di Val Vedello (Piateda -SO-) e Novazza (BG), col consenso delle alte sfere e pare pochi malumori degli enti locali. Si tratta di una cava di Uranio, escavata negli anni ’70, poi chiusa nel 1983 perché antieconomica, ma anche in seguito a lotte popolari. Gli abitanti infatti nonostante le rassicurazioni dei vari comitati tecnici, “scientifici e oggettivi”, non smisero di opporsi alla devastazione ambientale e ai pericoli per salute e ambiente. Nel 2025, sta ai Valtellinesi di oggi riprendere l’eredità di quelle lotte, soprattutto in questa epoca di grandi eventi olimpici e vocazioni turistiche, che rendono la montagna sempre più controllata e antropizzata, di promesse di rinascita per alpeggi connessi e agricoltura 4.0, di produzione energetica finalizzata all’apparato bellico e alla “intelligenza artificiale”. Dobbiamo imparare a vedere i collegamenti tra questi inganni digitali e la devastazione che si lasciano dietro. Altrimenti, ancora una volta, la prospettiva per la Valtellina, al di là degli annunci, è un futuro da colonia energetica interna. [ per approfondire il tema:

-Nunatak-74: link: MONTAGNA MATERIA DI TRANSIZIONE

– link: PUNTARE I PIEDI CONTRO IL DATA CENTER

– Podcast audio: IL RITORNO DELLA MINIERA ]

14 GIUGNO 2025: A SONDRIO PER GAZA

Tante bandiere palestinesi e alcune arcobaleno, per la pace. Nessuna bandiera di partito. In più di ottocento abbiamo sfilato il 14 giugno a Sondrio, ognuno con le proprie idee, convinzioni e sensibilità, tutti però accomunati dallo sdegno contro il genocidio tuttora in corso a Gaza.

Un corteo vivace, colorato e rumoroso che per una città grigia e asettica comeSondrio ha segnato un punto di svolta rispetto all’apparente indifferenza degli abitanti e un punto di rottura contro gli squallidi filo-israliani benestanti e benpensanti che non mancano anche nella nostra provincia. “Basta uccidere bambini a GAZA e in tutte le guerre” era lo striscione di apertura seguito da valtellinesi, valchiavennaschi, la comunità araba con uomini, donne e bambini, le donne per la pace, presenti tutti i sabati a Sondrio con un presidio permanente dal Marzo 2024, appartenenti ad associazioni, semplici cittadini. Tutti insieme mischiati e uniti per dire basta. Il cacerolazo con vuote pentole sonanti ha voluto ricordare che a Gaza oltre ai continui e quotidiani bombardamenti si muore anche di fame. Come Antiautoritari di Valtellina, partecipando anche alla Assemblea permanente contro le guerre di Lecco, abbiamo scelto di essere presenti insieme in questo corteo, per rimarcare sul volantino distribuito, che guerra e genocidi partono dai nostri territori, sostenuti anche dalle fabbriche belliche valtellinesi, come Ariane e Ring Mill che hanno sede nella provincia di Sondrio. Tra agenti di polizia, finan­za e carabinieri, appostati ai lati del percorso, si è mosso questo corteo di protesta contro l’eliminazione fisica del popolo Palestinese denunciando, con un chiaro messaggio, le istituzioni nazionali e i vertici dell’Unione Europea, tutti critici a parole nel condannare gli “eccessi” dell’esercito israeliano ma non certo intenzionati a chiudere i rapporti militari, diplomatici, sportivi e di commercio con lo Stato di Israele che, come riportato da un nostro striscione “è un crimine contro l’umanità”.

Intifada in tutto l’Occidente

Continueremo a contrastare tutti coloro che credono di appartenere a una razza superiore o a un popolo eletto da Dio. In parole povere contro i crimini del suprematismo bianco che dopo secoli di colonialismo ha avuto la sua massima espressione nel nazismo tedesco. Un suprematismo che tuttora continua globalmente nello sfruttamento etnico e di classe contro le “razze” considerate inferiori. Il suprematismo ebraico, con la perversa ideologia sionista, ha fondato lo stato di Israele occupando con violenza terre palestinesi espellendone gli abitanti. E’, di fatto, uno Stato nazionale e religioso dove chi non è ebreo, quando va bene, è un abitante di seconda o terza classe.

I Sionisti, nonostante i 6 milioni di ebrei assassinati con l’Olocausto, l’orrore dei campi di sterminio e la segregazione razziale, si comportano con i palestinesi con gli stessi metodi usati dai nazisti. Arrivano a bollare di antisemitismo proprio gli antisionisti e antifascisti che solidarizzano col popolo palestinese, e che, in altri tempi, sarebbero stati tra le fila di coloro che aiutarono gli ebrei perseguitati.

Oggi i grandi difensori di Israele, a iniziare dalla Von der Leyen e dal cancelliere Merz, il nazismo “ce l’hanno nel DNA”. Del resto ai suprematisti bianchi cosa gli frega dei palestinesi? Umiliati, offesi e massacrati per aver praticato da decenni RESISTENZA contro una occupazione militare continua e soffocante. Nei nostri complici Paesi occidentali questo genocidio in atto, questo contemporaneo crimine contro l’umanità sta risvegliando molte coscienze dal letargo dell’indifferenza, non dimenticando i pericoli del riarmo europeo e l’attacco all’Iran. Manifestazioni diffuse sempre più numerose e partecipate, blocchi portuali, scioperi per Gaza grazie all’attivismo dei sindacati di base, contestazioni, boicottaggi e pure sabotaggi sono l’espressione di questo risveglio di umanità. E’ un’onda in crescita che potrebbe diventare tempesta. Non è un caso che nei cortei di mezza Italia si insiste a gridare … “Fuori i militari dal Medio Oriente, Intifada in tutto l’Occidente. E’ finita l’epoca dei piagnistei e del vittimismo. E’ l’ora di mettersi in gioco in prima persona ognuno come può, come vuole e come riesce in questa Intifada ancora tutta da sviluppare. Per sostenere le popolazioni palestinesi ma anche per ricon­quistare i nostri spazi di libertà sempre più ristretti. Per contrastare i guerrafondai d’Italia, d’Europa, e degli Stati Uniti innanzitutto e per far tornare di moda la lotta di classe, il conflitto sociale e ogni azione contro qualsiasi autorità.

Quando le nuove generazioni un giorno ci chiederanno: ”ma voi durante il genocidio di Gaza dove eravate?”, potremo rispondere a testa alta “eravamo in piazza a protestare e impegnati in mille attività contro ogni supremati­smo e contro istituzioni democratiche sempre più autoritarie e assolutiste”.